Google Chrome e AdBlock

Google Chrome Ad Blocker: tutto ciò che devi sapere

Quello che tratteremo in questo articolo, è un argomento molto particolare e bisogna sapergli dare una lettura corretta. Ciò che colpisce è il preambolo. Google deve la sua fortuna ai rientri pubblicitari ed ha deciso di inserire un blocco integrato all’interno di Chrome proprio della pubblicità.

La motivazione ufficiale parla di rendere la navigazione utente meno difficoltosa, per cui vengono tagliati fuori tutti quegli annunci che passano sotto il nome di “fastidiosi“. Non c’è utente che non abbia provato irritazione e nervosismo per pratiche discutibili in tema di banner non removibili.

Parleremo quindi di tutto ciò che occorre sapere su questa decisione, di quella che è la reale motivazione che c’è sotto e dello standard Better Ads che stabilisce le linee guida per ritenere più o meno fastidiosa una pubblicità, in contrapposizione a ciò che possiamo invece definire un annuncio “buono“.

Stop agli annunci fastidiosi

È sicuramente da considerare fastidioso un annuncio che parte in automatico con un video o una musica, che si aprono all’improvviso senza la possibilità di scegliere. Ma è anche fastidioso lo spot che parte a schermo intero, oppure quello che ti costringe ad aspettare un tempo lungo prima di accedere al contenuto che desideravi.

Purtroppo, ogni tot tempo partono queste modalità e si rinnovano. Rimaniamo inermi all’inizio e poi cerchiamo di evitare quei siti che hanno queste modalità intrusive. Alcuni hanno infilate nella dashboard della posta elettronica riquadri pubblicitari allungando di molto i tempi di caricamento.

Dopo un po’ si salta alle conclusioni e si cerca il modo di bloccare questi eccessi. Di modi ce ne sono e Google ha tutto l’interesse a bloccare la pratica dei software “ad blocker” di terze parti.

È questa la vera ragione per cui il gigante dei browser si è mosso in maniera chiassosa, i publisher che portano denaro non gradiscono il blocco della pubblicità.

La qualità la si deve avere anche negli annunci e non solo nei contenuti, questa mossa dovrebbe frenare l’emorragia di utenti in fuga da Chrome. La decisione di aderire al cartello Better Ads è in linea con questo scopo e da metà febbraio 2018 fa parte delle linee guida per promuovere un migliore e più etico modo di fare pubblicità.

Il blocco annunci di Google Chrome

Con Chrome quindi è già iniziata la procedura di blocco degli annunci che non risultano conformi agli standard del Better Ads. Il blocco viene applicato a tutti i publisher compreso Google stesso. Ovviamente le ripercussioni sono importanti sui rientri economici degli stessi publisher, per evitare queste ricadute l’unica strada è quella di aderire al Better Ads.

Ora bisogna capire quali sono questi annunci considerati fastidiosi? C’è un modo per prevenire il blocco? Per rispondere bisogna entrare nel merito delle direttive.

Quali sono gli annunci considerati cattivi?

Per capire se un annuncio è passibile di eliminazione occorre rifarsi a uno strumento che il better Ads ha sancito.

In particolare si fa menzione di una propensione a tener conto del livello di sopportazione dell’utente che, esasperato, si rivolge a software blocca pubblicità di terze parti. È un po’ come entrare in atto quando l’utente ha il dito sul tasto: basta pubblicità.

Se andiamo nel concreto possiamo definire meglio quali sono gli annunci sul desktop e nella versione mobile che sono sotto la lente di ingrandimento poiché hanno già superato la soglia della sopportazione dell’utente medio.

Sono riportati di seguito i tipi di annuncio giudicati non conformi nella modalità desktop e nella versione mobile.

Annunci fastidiosi versione desktop

  • Annunci video con la riproduzione automatica anche della traccia audio;
  • Annunci con conto alla rovescia che bloccano la visione del contenuto;
  • Gli annunci che rimangono a bordo pagina bloccando gran parte dello schermo.

Annunci fastidiosi versione mobile

  • Annunci pop-up improvvisi;
  • Annunci che non si riescono a chiudere;
  • Quando la densità degli annunci è superiore al 30 percento dello schermo;
  • Annunci animati e lampeggianti;
  • Annunci video con la riproduzione automatica anche della traccia audio;
  • Annunci con conto alla rovescia;
  • Annunci  a schermo intero;
  • Grandi annunci che non si possono togliere agevolmente.

Se hai questo genere di annuncio ti conviene rimuoverli da solo, oppure sarà Google a farlo con un’apposita procedura.

Violazioni degli annunci – la procedura che adotta Google

Ogni sito viene valutato secondo tre gradi di giudizio in conformità a quanto dice il Better Act in merito allo standard da seguire.

Nel primo livello la pubblicità viene considerata passabile, nel secondo grado viene mandato un avvertimento e se la violazione persiste per oltre 30 giorni gli annunci di quel sito inizieranno ad essere bloccati.

Gli editori hanno poi a disposizione un nuovo strumento che si chiama “Rapporti esperienza con annunci” per mostrare con esempi come si applica il Better Ads. Sono screenshot e video per individuare l’esperienza fastidiosa.

Come funziona Ad Blocker su Google Chrome

Chrome entra in funzione quando un utente accede ad un sito. Il primo livello di controllo è la verifica di precedenti violazioni.

Nel caso in cui il sito web ha avuto l’identificazione di violazione, attraverso la verifica delle URL degli annunci noti, riesce a bloccare il caricamento del banner. Il messaggio che segue informa l’utente che un annuncio è stato bloccato.

Il navigante potrà autonomamente decidere di conseguenza cliccando su “consenti annunci su questo sito“.

Google fornisce ai publisher come dovrebbero essere gli annunci

Per aiutare il publisher a cambiare rotta Google vuole invogliarli a rimuovere gli annunci fastidiosi a favore di best practice su come dovrebbe essere un annuncio corretto.

Nella versione mobile

Google tende a consigliare annunci che non invadano completamente lo schermo. Per i video con conto alla rovescia invita a far vedere il contenuto e a far partire la pubblicità solo in seguito e con possibilità di essere respinta dall’utente. Da evitare è anche la ripetizione dell’annuncio su tutte le pagine.

Nella versione desktop

Occorre evitare quelli che non si riescono ad evitare perché non appare la X.

Preferire il lato della pagina al posto della posizione centrale.

L’obiettivo di Google è di evitare il blocco in assoluto ma per raggiungere questo obiettivo occorre che tutti comprendano l’importanza di offrire una user experience all’altezza.

Le conseguenze del blocco della pubblicità per Google Chrome

Molti considerano la manovra di Google un azzardo che potrebbe mettere in pericolo le finanze sue e di parecchi publisher. Il sistema in fondo si basa sui rientri pubblicitari, e la catena di coloro che ne traggono un beneficio è parecchio lunga.

Chrome copre il 57% del mercato, contro il 14% di Safari, l’impatto è quindi enorme. Google ha ampiamente motivato la sua mossa con l’esigenza di continuare a migliorare l’esperienza utente. A dire il vero la base del ragionamento parte dai post che gli stessi utenti hanno insistentemente inviato a Google stessa.

I problemi che sono stati messi in evidenza lo erano in maniera analoga anche 10 anni fa e questo ha spinto il settore degli ad-blocker a promuovere software in grado di tranciare tutta la pubblicità. Il rischio è quindi enorme perché se il comportamento di usufruire di adBlock si espande, crolla il sistema per tutti con il ritorno alla pubblicità di tipo tradizionale.

La User Experience, vista così ha poco senso, in realtà tutti i principali protagonisti hanno capito cosa c’è in gioco e tentano di prevenirlo dotandosi di regole di comportamento adeguate. Dal 15 febbraio 2018, giorno in cui è entrato in atto il sistema di blocco delle pubblicità fastidiose, quasi la metà dei publisher si è messa in regola.

Qual è la vera cura che salverà il sistema?

Gli standards del Coalition for Betters Ads, sono stati condivisi il più possibile e i publisher nel breve periodo hanno reagito bene. Il tema ora si sposta sull’efficacia della pubblicità per via digitale secondo spazi e banner che hanno una minore invasività.

Le aziende prenotano la pubblicità digitale e misurano le performance. Se queste non riescono ad essere all’altezza, si crea il problema di recuperare engagments in altre forma, pena l’abbandono.

La strada però è già visibile ora. Il settore dei banner non è che una delle possibilità che ha l’azienda di poter incrementare le sue vendite. Ciò in cui il gigante di Mountain View è forte è la capacità di lettura di gruppi di utenti. Il sistema delle keyword procura pubblicità tramite posizionamento nella classifica dei risultati di ricerca.

Le aziende dovranno quindi leggere meglio i dati e agire di conseguenza. Sparare pop up invasivi e implementare tecniche di visualizzazione della pubblicità che non tengano conto della reale esperienza utente, riportano questo strumento ad una condizione propria dei mass media tradizionali. È come spammare, o sparare nel mucchio. L’effetto prevedibile è quello di dovere incrementare sempre di più l’investimento in pubblicità digitale per colpire il maggior numero di utenti.

Occorre profilare meglio il consumatore utente e dotarsi di una struttura di Business Intelligence in grado di lavorare sui target e profilare nella loro direzione, la pubblicità.

La User Experience protegge gli utenti ma anche le stesse aziende

Il peggioramento delle condizioni di navigazione dell’utente medio ha permesso la nascita degli ad-blocker. Il fenomeno è preponderante quando si parla di navigazione da dispositivi mobile. Le app che bloccano le inserzioni pubblicitarie sono molto scaricate e rappresentano il vero problema per il sistema della pubblicità.

Lo stesso “inconveniente” lo hanno avuto i tradizionali mass media che alla fine si sono dotati di codici di comportamento per evitare interruzioni di film e spettacoli fatte senza avvisare i telespettatori. In pratica è come dire che i pubblicitari non hanno a cuore realmente l’effetto nefasto che provoca gli eccessi della pubblicità, ma solo il riempimento massimo dei palinsesti e lo fanno a danno degli stessi clienti che si rivolgono loro.

Ben vengano allora delle iniziative che possano riequilibrare il sistema mettendo al centro colui che poi è alla base del funzionamento della resa pubblicitaria.

Proteggendo l’utente Google difende tutto il sistema

I banner invasivi e fastidiosi sono poco tollerati dall’utente poiché occorre, nei casi migliori, fare una serie di manovre che con il mobile sono ancora più difficili. Ci sono milioni di persone nel nostro paese che non sono tutelati, basti pensare agli anziani che sono oggetto di bersaglio pubblicitario per via dei prodotti a loro dedicati.

È logico quindi pensare che il Better Act sia in realtà una difesa per mantenere quegli utenti in Internet, piuttosto che determinare col tempo la loro scomparsa. Basti pensare alla nascita della TV satellitare alla quale milioni di utenti hanno risposto per via dell’assenza pubblicitaria durante le programmazioni.

Si è notato col tempo che lo spettatore in realtà non gradiva l’eccesso della pubblicità, non lo spot in se. Infatti dopo poco tempo anche nelle TV satellitari a pagamento la pubblicità è riapparsa ma con un livello di invasività nettamente più accettabile e soprattutto con un comportamento più naturale.

La mossa di Google è quindi necessaria per scongiurare un’evoluzione pericolosa per il sistema della pubblicità in genere, ma è anche un dovere nei confronti degli utenti che possono repentinamente cambiare le loro abitudini determinando la fine di un sistema che oggi appare improbabile.

Conclusioni

Un’anticipazione di ciò che potrebbe succedere lo si può osservare dall’avvento di Instagram che velocemente ha raggiunto il miliardo di utenti, a scapito di Facebook, ritenuto intoccabile fino a poco tempo fa. Ciò che è successo è solo in parte dovuto alla moda, le aziende hanno iniziato ad approfittare di un sistema migliore per la pubblicità e questo ha portato a riconsiderare un intero sistema di proposta pubblicitaria.

Un browser che regola la pubblicità o si autogestisce, come sta tentando di fare Google oppure è sottoposto alla regola della concorrenza spietata, e non servirà essere stato un colosso mondiale poiché se un comportamento sociale varia le condizioni non si possono ristabilire.

Il segreto di Google è sempre stato quello di curare la User Experience. Chi ha più anni ricorderà i vecchi motori di ricerca pieni di annunci e informazioni. L’utente li ha bocciati e sono scomparsi.

La pubblicità in Internet ha iniziato a prendere spazio quando le aziende hanno iniziato a leggere e profilare i dati. Ci vuole più lavoro, ma la qualità si dovrà alzare per tutti.

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Giuseppe Barbagallo

Giuseppe Barbagallo

SEO Specialist e Co-Founder della web agency Good Working. Appassionato di informatica e tecnologia sin dai tempi del seggiolone. Si occupa di SEO e Web Design, soprattutto (e non solo) nel settore sportivo.
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