Smart Working e Coronavirus

Lo Smart Working all’epoca del Coronavirus: intervista a Francesco Ambrosino

Tempo di lettura stimato: 5 minuti

Da quando ci è esplosa tra le mani quest’emergenza Coronavirus, la vita quotidiana ha subito un drastico cambiamento. In questo periodo di quarantena, ognuno di noi ha avuto a sua disposizione un bel po’ di tempo non solo per riflettere su se stesso ma anche per rivedere i propri obiettivi. In merito all’ambito professionale, la pandemia ha portato alla chiusura momentanea di aziende, agenzie, studi. Come far andare avanti ancora tante attività? C’è solo un metodo, ed è lo Smart Working. Se n’è parlato tantissimo in queste settimane, ma spesso si commettono degli errori di valutazione abbastanza clamorosi. Abbiamo perciò deciso di richiedere il parere di uno degli specialisti più apprezzati nel panorama digitale italiano: Francesco Ambrosino, conosciuto anche come Socialmediacoso.

Insieme a Francesco vogliamo approfondire il discorso sullo Smart Working, sfatare qualche mito e dare qualche indicazione utile su come organizzarsi per lavorare da casa senza intoppo alcuno.

#1 È un grande piacere per me poter intervistare nuovamente Francesco Ambrosino, mister Socialmediacoso (che dice cose), questa volta per l’agenzia Good Working. Come stai Francesco, in che modo stai vivendo questo periodo “particolare”?

Ciao Vincenzo, il piacere è tutto mio. Come tutti sto affrontando un periodo di alti e bassi, con clienti che si fermano e altri che approfittano dello stand by per investire sul digitale. Dal punto di vista personale, invece, si cerca di tenere botta, perché congelare la propria vita non è facile per nessuno. Possiamo solo sperare duri ancora poco.

#2 In questa intervista andiamo a trattare l’argomento che in questo periodo va per la maggiore, ovvero il famigerato Smart Working. Ho ascoltato il tuo podcast dedicato, ed è su alcuni temi da te trattati che vorrei focalizzare l’attenzione. Partiamo però da una domanda base: cosa non è lo Smart Working?

Beh, come sempre la risposta adatta sarebbe “dipende”, ma immagino che non sia sufficiente. Lo smart working non significa costringere le persone a lavorare da casa, a causa di una emergenza sanitaria in corso che impone regole di distanziamento sociale molto stringenti. Detto questo, magari si può discutere di tecnicismi, dettagli, ma va spiegato alle persone che lavorare da casa per qualche settimana perché non esiste alternativa non ha niente a che vedere con lo Smart Working. Tra l’altro, quello che stiamo facendo in questo momento è Home Working, una sorta di ibrido frutto anche della condizione di emergenza nella quale ci troviamo ad agire. 

#3 Quando si parla di Smart Working si usano anche altri termini, tra cui telelavoro. Usati come sinonimi, ma resto un pochino perplesso. Puoi svelarci l’arcano? Esiste una differenza tra telelavoro e Smart Working?

Come ho cercato di spiegare nel mio Podcast, Telelavoro e Smart Working sono due cose diverse, seppur simili in alcuni aspetti. Il Telelavoro è entrato in vigore nel nostro ordinamento giuridico più di vent’anni fa, precisamente nel 1999, e si riferisce ad un contratto di lavoro subordinato con requisiti e caratteristiche molto precise (sede fisica, orari di lavoro stabiliti, ecc..). Quindi, iniziamo a sgombrare il campo dai luoghi comuni e dagli errori di valutazione. Il libero professionista che lavora da casa non fa Telelavoro! 

Lo smart working, invece, è molto più recente. E’ stato introdotto in Italia nel 2017, con la legge 22 maggio 2017, n. 81, che regolamenta il “lavoro agile”. A differenza del telelavoro, lo smart working non prevede la sottoscrizione di un contratto specifico, è semplicemente una modalità di esecuzione e organizzazione del lavoro offerta al dipendente. Banalizzando, il lavoratore potrebbe operare dal tavolino di un bar sulla spiaggia, quello che conta è adempiere ai propri obblighi e completare le task di giornata. 

Anche qui, però, si tratta di una modalità prevista per i contratti di lavoro subordinato. I freelance fanno i freelance, semplicemente.

#4 Diverse aziende si sono dovute attrezzare, vista l’emergenza sanitaria, con il lavoro da casa. Ma perché l’Italia si è dimostrata, almeno all’inizio, così indietro in questo ambito? Carenze strutturali, ignoranza tecnologico-digitale o difficoltà nell’abbracciare il nuovo che avanza?

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Perché siamo un Paese arretrato, nel quale la stragrande maggioranza sa utilizzare benissimo i filtri di Instagram ma non è in grado di allegare un documento ad una email. E’ un dato di fatto, e offendersi non serve a nulla. Fatte le dovute eccezioni, i lavoratori utilizzano strumenti digitali per necessità o per obbligo, ma ne farebbero volentieri a meno. Siamo molto indietro, sotto tutti i punti di vista, l’emergenza lo sta solo rendendo più evidente.

#5 “La distrazione ci aiuta anche a restare esseri umani”, mi ha molto colpito questa frase che hai usato nel podcast. Davvero lo Smart Working permette al lavoratore, che magari può gestire in piena autonomia il suo tempo, di rendere al meglio vista la minore dose di stress? Cosa intendi quando dici che il lavoro da casa può aiutarci a ritrovare la nostra umanità?

In teoria si, ma solo quando è una condizione di lavoro scelta e non imposta dall’alto. Se tu decidi di lavorare da casa, da remoto, in mobilità, allora dopo un periodo di assestamento riuscirai a gestire molto meglio il carico di lavoro quotidiano e il fondamentale equilibrio con il tempo di vita. Detto questo, lavorare da casa sa essere molto alienante e solitario, mentre in un ufficio si può sempre fare una pausa caffè e chiacchierare del più e del meno. Ogni tanto una distrazione, una piccola pausa, ci aiuta ad allentare la tensione e a restare umani, altrimenti rischiamo davvero di diventare degli automi.

#6 Sono anni che lavori in Smart Working, quindi chi meglio di te può dare delle indicazioni utili in tal senso. Perché consiglieresti a un professionista, freelance o dipendente, di lavorare in Smart Working?

Non lo consiglio, perché come dicevo prima è una condizione di solitudine che non tutti sono capaci di sopportare e gestire. Però, se vuoi davvero gestire in autonomia la tua vita, allora lavorare da casa o da remoto aiuta moltissimo. Detto questo, quello che davvero fa la differenza è superare l’idea antiquata e obsoleta delle 8 ore di lavoro al giorno, che non hanno senso. Se riesci a completare il lavoro della giornata in 3 ore, dovresti poter staccare e dedicarti alla tua vita. Questo è quello che rende il lavoro da casa davvero utile.

#7 Che ne dici di fare un elenco di cose che non devono mai mancare sulla scrivania (o sul divano) di un professionista che lavora in Smart Working? Diamo delle dritte ai nostri lettori che devono cimentarsi, magari per la prima volta, con il lavoro da casa e che quindi cercano idee per gestire al meglio i vari impegni professionali.

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Ecco un altro errore molto diffuso! Chi lavora in smart working in teoria non ha bisogno per forza di una scrivania! Vedi perché ci tengo a sottolineare la differenza tra lavoro da casa, telelavoro e smart working? Perché anche il medico che ha lo studio in casa fa “lavoro da casa”, ma non ha bisogno solo di un computer per svolgere il suo lavoro, anzi, quello è quasi marginale. Lo stesso vale per un architetto, che prima di mettersi al pc a modellare in 3D con un software CAD dovrà sedersi al tavolo da disegno e lavorare “alla vecchia maniera”. Per me e te, invece, è diverso. Io non potrei svolgere il mio lavoro senza tecnologie “smart”, senza un portatile, una connessione ad internet, un dispositivo mobile, e così via. Quindi, cosa serve sulla scrivania di un lavoratore agile? Boh, dipende dal lavoro!

#8 Un’ultima curiosità. Tra i tanti luoghi comuni che ci sono intorno allo Smart Working (nel tuo podcast ne hai identificati cinque) qual è quello che proprio non riesci a mandare giù?

Darsi degli orari fissi da rispettare. Ecco, quella lo reputo proprio una cazzata immane!

Ringraziamo Francesco Ambrosino per la sua grande disponibilità. Per saperne di più su cosa ne pensa il Socialmediacoso dello Smart Working, e i limiti a esso legati, ti consigliamo di ascoltare il podcast accennato nel corso di questa intervista.

Vincenzo Abate
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