Il giornalismo ai tempi di internet

Il giornalismo ai tempi di internet

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C’era una volta il giornale

A volte era un rassicurante lenzuolo (come i quality newspaper anglosassoni che del formato broadsheet avevano fatto un marchio di fabbrica), a volte era un comodo e piccolo tabloid, formato proprio dei quotidiani popolari anglosassoni e tedeschi e poi c’erano le vie di mezzo: i giornali – come le Monde in Francia, el Pais in Spagna e la Repubblica in Italia – che adottavano (e adottano) l’elegante formato Berliner, che sta tra le dimensioni del tabloid e del broadsheet.

In ogni caso, tutti i quotidiani avevano caratteristiche simili: una Prima Pagina con i principali argomenti del giorno, una divisione per sezioni (politica, cronaca, esteri, cultura, spettacoli, sport), editoriali e articoli di cronaca, ma anche rubriche fisse come i fumetti, l’oroscopo, le previsioni del tempo, i numeri utili, le necrologie, le lettere dei lettori ecc.

Tutti i quotidiani erano letti allo stesso modo: uno sguardo veloce alla Prima Pagina, una lettura ai titoli e ai sommari delle pagine di “primo sfoglio”, quelle che nei giornali italiani sono dedicate all’approfondimento delle notizie del giorno; poi un tuffo nella sezione del giornale che interessava di più, dalla cronaca, agli spettacoli, allo sport. A volte si leggeva qualche articolo, magari non fino in fondo, a volte ci si accontentava di una veloce lettura dei titoli, a volte invece l’unica pagina letta con attenzione era quella degli annunci mortuari. Raramente si aveva tempo per gli editoriali, i reportage, le inchieste di lungo respiro o i brillanti elzeviri delle pagine culturali. Il tempo era – ed è – “tiranno” e in media un lettore medio impiegava (e impiega) una ventina di minuti – se non meno – per la lettura del proprio giornale. Come tutti i riti moderni, la “preghiera del mattino” – questa la definizione hegeliana della lettura dei quotidiani – è diventata sempre più veloce e distratta, quando non è completamente assente nelle routine della nostra indaffaratissima vita.

Cattiva maestra televisione

I giornali avevano già dovuto combattere una guerra per la sopravvivenza con l’avvento dell’informazione televisiva e la guerra per l’attenzione delle persone – con il passaggio da lettore a spettatore – aveva lasciato sul campo le altissime tirature degli anni ’50 e ’60.

Ma i quotidiani, bene o male, avevano retto. Si erano trasformati aggiungendo una bella dose di sensazionalismo e spettacolarizzazione alle notizie, riscrivendo le cronache politiche secondo gli stilemi del giornalismo popolare e, soprattutto, “tematizzando” gli argomenti del giorno, inventando quella “settimanalizzazione” del quotidiano – fatta di pagine di “primo sfoglio” zeppe di articoli di contorno, foto, schede e box – che hanno costituito l’essenza del modello La Repubblica e poi dello svecchiamento del Corriere della Sera.

La stessa informazione televisiva negli anni si è sempre più spettacolarizzata con l’avvento di quella che Umberto Eco ha chiamato “neotelevisione” e con l’ibridazione tra informazione e spettacolo che ha dato vita a un nuovo macro-genere televisivo – anzi per molti versi, assieme alla fiction, il macro-genere dominante dei palinsesti – noto come infotainment.

Il “peggio” deve ancora venire…

È stato, comunque, l’avvento di Internet a mettere definitivamente in crisi l’idea stessa del quotidiano dal punto di vista delle occasioni di lettura (secondo l’Istat la media degli italiani che dichiarano di leggere almeno una volta alla settimana un quotidiano è passata dal 59,2% del 1993 al 49,4% del 2013), ma soprattutto dal punto di vista delle routine produttive: in un mondo di informazione istantanea e disponibile 24 ore su 24, come quella delle reti all news e dei siti Internet, il modo stesso di produrre i quotidiani è diventato obsoleto. La deadline delle 23 (o, in caso di ribattute, delle due del mattino) ti costringe ad arrivare in edicola con un prodotto confezionato il giorno prima, a volte mancante di notizie essenziali (il risultato di una gara sportiva giocata in una nazione con un fuso orario non favorevole, per esempio), a volte con notizie superate dagli eventi (come ad esempio quella di un delitto risolto nella notte e ancora misterioso sulle pagine dei giornali del mattino). Per questo le testate giornalistiche mainstream (quelle “tradizionali”) si sono gettate sull’informazione online come non avevano fatto – anche per motivi di costi – con l’informazione televisiva. Ma l’arrivo del giornalismo in Rete ha causato una ulteriore accelerazione della corsa alla spettacolarizzazione delle news.

Il caso Lewinsky

Una rappresentazione plastica, e per certi versi simbolica, delle dinamiche e della mutazione dei “valori notizia” dell’informazione in Rete è stata data dal caso di Monica Lewinsky, che risale al 1988, uno dei primi in cui Internet giocò un ruolo non secondario rispetto agli altri media. La storia della giovane stagista della Casa Bianca e della sua relazione con il presidente degli Stati Uniti fu rivelata in Rete da un sito di pettegolezzi politici – il Drudge Report, gestito in perfetta solitudine da un “non giornalista” di nome Matt Drudge – che bruciò il giornalista di Newsweek Michael Isikoff che era a conoscenza della storia, ma che non aveva potuto pubblicarla per mancanza di riscontri. Particolari scottanti che avevano reso più difficile la pubblicazione dell’articolo su un news magazine tradizionale, ma che invece si rivelarono capaci di scatenare la reazione virale della Rete. E tutto questo in un’epoca in cui i social network erano ancora fantascienza (ricordiamo che Facebook fu fondato nel 2004). La redazione di Newsweek, presa in contropiede dalle rivelazioni di Drudge, fu costretta a pubblicare la storia di Isikoff approfittando dell’ospitalità del sito del Washington Post – all’epoca il prestigioso settimanale era di proprietà proprio del quotidiano di Washington – perché il news magazine non aveva un sito Internet. Da quel momento l’informazione online venne percepita come un pericoloso concorrente da parte dei media tradizionali. Da notare anche come, con la pubblicazione del rapporto dello special prosecutor che seguì il caso (Kenneth Starr), ancora una volta il Web ebbe la meglio sui media tradizionali. Pochi minuti dopo la pubblicazione del voluminoso rapporto, infatti, tutti i principali siti d’informazione USA avevano il link per scaricare i documenti nella loro interezza. Chiaramente il server che ospitava il sito della commissione presieduta da Starr smise di funzionare come succede (e succedeva molto più frequentemente allora) per il troppo traffico. Da quel momento in poi l’informazione online negli Stati Uniti era diventata “adulta”.

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Anni dopo, con un lungo articolo sull’edizione americana di Vanity Fair (maggio 2014), Monica Lewinsky, che ora è una psicologa quarantenne, ha ricostruito la sua traumatizzante esperienza e quello che ne seguì (e che a distanza di oltre 15 anni ne continua a seguire):

«Nel mio caso specifico, ogni spensierato clic su un link di YouTube consolida l’archetipo, nonostante i miei sforzi per arginarlo: io, la “regina americana dei po***ni”, la stagista, l’arpia. O per dirla con le inesorabili parole del nostro 42° Presidente (Clinton, ndr): “Quella donna”. Forse vi sorprenderà sapere che sono anche una persona».

Gli effetti sulla politica

Dunque, se da un lato i valori notizia del giornalismo online sono molto simili a quelli del giornalismo popolare (quello dei tabloid americani e inglesi, per intenderci), anzi li estremizzano e tendono a triturare le persone comuni che entrano nel mirino dei media, dall’altro costituiscono uno dei caposaldi del nuovo modo di fare comunicazione e giornalismo politico.

In questo senso va anche la costruzione del personaggio politico – il cosiddetto packaging del candidato– che è diventata la base delle odierne campagne elettorali. In un certo senso lo scandalo – quando viene alla luce – è una specie di doppelgänger rispetto alla rassicurante immaginetta rilanciata dagli spin doctor.

In ogni caso il fenomeno nasce dalla stessa erosione dei confini tra pubblico e privato che – propria una volta dei personaggi dello star system – ormai si è propagata alla vita di qualunque personaggio pubblico, anche il più distante dal mondo dorato delle celebrities.

La rivoluzione dei weblog

È corretto parlare di ibridazione tra forme diverse di scrittura e diverse scale di “valori notizia”, ma tenendo conto che oggi i weblog – almeno quelli intesi in senso originario, secondo la famosa definizione di Dave Winer, come «unedited voice of a person», cioè come «voce non mediata di una persona (non sempre professionista)» – come tutta la «parte abitata della rete», per usare la metafora di Sergio Maistrello, sono ormai solo ai margini della geografia del World Wide Web, dove il centro è sempre più presidiato dai grandi hub dei giganti della Rete (Google, YouTube, Yahoo… ) e dal pulviscolo degli account personali dei social network dominanti (Facebook, Instagram, Twitter, Linkedin …).

Ciò non toglie che i blog sono stati recuperati dalle testate online (sia quelle native che quelle mainstream) e ne sono diventati i punti di forza. L’esempio più importante in questo senso è l’Huffington Post – la testata native digital fondata da Arianna Huffington nel 2005 e di proprietà di AOL, uno dei giganti della Rete Usa – che ora è uno dei principali siti di informazione degli Stati Uniti. L’HuffPo pubblica una serie quasi sterminata di blog, molti di celebrities del mondo dello spettacolo oppure della politica. Il lavoro dei blogger non viene retribuito se non con l’attenzione e il prestigio che pubblicare sull’HuffPo può assicurare. Naturalmente la maggior parte delle pagine del sito è molto diversa dai blog che ospita, ma sono proprio i blogger a rappresentare il “marchio di fabbrica” della testata.

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Ma non è solo la creatura di Arianna Huffington ad aver capitalizzato la rivoluzione del blogging. Tutti i siti mainstream – a partire dal New York Times e dal Washington Post, ma anche i grandi siti di news economiche come il Wall Street Journal e il Financial Times – ormai utilizzano i blog come parte integrante della loro offerta online con un mutamento radicale anche delle regole di scrittura che nei quotidiani anglosassoni sono molto rigide rispetto a quelle che in generale sono in uso nelle testate italiane.

In pratica si dà la possibilità ai giornalisti che lavorano per un sito d’informazione di utilizzare uno spazio autonomo di approfondimento. Ultimamente, poi, soprattutto nei siti in lingua inglese, lo strumento weblog è diventato un modo standard di dare un’informazione puntuale e più spigliata su un argomento in sviluppo come, per esempio, possono essere negli Stati Uniti le primarie per la scelta del candidato presidente.

Il blog, quindi, è una delle tecniche emergenti di questi ultimi anni utilizzata proprio sui siti delle testate giornalistiche online che sembrava dovesse contribuire a distruggere.

Un altro sviluppo interessante sono le comunità miste – tra professionisti e lettori – che sono state messe in piedi da alcune testate. I singoli giornalisti, poi, hanno a disposizione una serie pressoché infinita di strumenti Internet (blog personale, account Twitter, Facebook …) per “disintermediare” la propria professionalità da quella della testata per cui lavorano. L’esempio più compiuto di questo tipo di giornalista ormai svincolato dalla testata è Andrew Sullivan che – dopo aver diretto per anni The New Republic, uno dei migliori periodici politici degli Stati Uniti – ha messo in piedi un seguitissimo blog personale (The Dish) che è stato ospitato dal Time, dall’Atlantic Monthly e fino all’anno scorso era all’interno del sito The Daily Beast. Ora Sullivan è di nuovo editore di sé stesso e ha deciso – secondo una delle nuove tendenze dell’informazione online – di far pagare un accesso al sito attraverso un metered paywall.

L’Italia in pericoloso ritardo

In pratica le testate mainstream online si sono modificate molto dai primi tentativi che erano essenzialmente un semplice reporpusing digitale del giornale di carta, ma, almeno in Italia, hanno ancora grandi criticità. Prima di tutto, in quasi tutte le realtà italiane, non è stata ancora decisa la strada della redazione unica, visto che si tende a privilegiare il giornale di carta. Negli Stati Uniti, invece, ormai vige il principio del digital first che comporta che una notizia, anche esclusiva, debba essere distribuita con il primo canale disponibile (in genere Internet, quando non un social network come Twitter).

Le testate italiane hanno uno staff Internet sottodimensionato rispetto alla redazione che confeziona il prodotto tradizionale (a sua volta decisamente sovradimensionata). Questo è dovuto anche alla scelta – che si comincia a discutere solo ora – di mantenere gratuito l’accesso alle testate online.

I magri – anche se in crescita – ricavi pubblicitari dell’online, infatti, non permettono staff adeguati e così in Italia l’affermarsi dell’idea dell’organizzazione di un’unica redazione per il cartaceo e l’online è ancora agli inizi. Il risultato è che i siti dei più importanti quotidiani italiani hanno un livello qualitativo mediamente basso: molti articoli sono semplici riproposizioni di materiale d’agenzia senza approfondimenti autonomi.

In sintesi, le testate tradizionali online hanno accentuato il modello omnibus dei quotidiani italiani, livellandolo, però, verso il basso.

Ma se questo sia un prodotto adeguato ai tempi odierni è decisamente discutibile.

Riferimenti bibliografici

AGOSTINI Angelo, Giornalismi. Media e giornalisti in Italia, Bologna 2004.

MAISTRELLO Sergio, La parte abitata della Rete, Milano 2007.

STAGLIANÒ Riccardo, Giornalismo 2.0. Fare informazione al tempo di Internet, Roma 2002.

Francesca Liberatore
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